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  • 28/5/2012 ore 8:00

    “Fratelli e sorelle”: storie di carcere

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    Lunedì 28 maggio, 23.00, Rai3. Va in onda un racconto sulle diverse facce della libertà: negata, gettata, rincorsa. Con il documentario in due parti Fratelli e sorelle della regista Barbara Cupisti abbiamo una percezione nuova del carcere, visto dall’interno, con gli occhi di chi sconta una pena, in continua lotta tra la speranza in un futuro e la dolorosa rassegnazione all’abbandono.

    – Guarda il promo delle due serate >>

     

    Il documentario affronta infatti il tema della vita nelle carceri italiane attraverso le voci dei protagonisti, siano essi detenuti o agenti della polizia o funzionari dell’amministrazione penitenziaria.

    Nella prima parte – lunedì 28 maggio – ci si concentra sulle criticità, sui problemi più macroscopici di carceri sovraffollate, in cui la mancanza di spazio ingenera tensioni e malesseri sia per i detenuti che per gli agenti, che con loro condividono buona parte della giornata o il problema dei tossicodipendenti, costretti a transitare per il carcere prima di essere ricoverati in una comunità che li curi.

     

    Siamo entrati nelle carceri di Torino, di Milano, di Padova, di Trieste, di Trento, di Roma-Rebibbia, di Napoli-Poggioreale, di Secondigliano, di Pozzuoli, di Terni e ci siamo messi ad ascoltare le storie di tanti.

    La seconda parte del documentario sarà trasmessa lunedì 4 giugno alle 23.00.

     

    – Guarda la diretta web di Rai3, lunedì 28 maggio e 4 giugno alle 23.00 >>

    – Guarda i video del documentario >>

     

    Guarda anche:

    – Napolitano: “Nelle carceri situazione insostenibile” (Tg3 del 18/5/12) >>

    – Il Ministro Severino sulle carceri (Rai News del 18/5/12) >>

    – Sovraffollamento carceri, la denuncia (Tg1 del 31/3/12) >>

    – Carceri, il dramma dei suicidi (Tg1 del 1/1/12) >>

  • Commenti

    2 Commenti

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    • Stefano scrive:

      Ancora una volta emergerà l’aspetto esteriore di una realtà dove non si fa trasparire nulla e vi assicuro che denunciare qualcosa è un’impresa quasi impossibile. Vi allego la mia storia che rappresenta una cosa che ha stomacato tante persone ma ovviamente chi sa tace.
      Il 25 luglio scorso sono stato arrestato con l’accusa di stalking e i più volte invertiti verso la mia ex convivente, accusa che ha trovato forza nel reato da me commesso nel 1999, cioè l’omicidio della mia ex convivente. Questa però è solo una parte della verità poiché in questo caso come argomentato in tribunale dal mio avvocato i ruoli sono stati più volte invertiti e nonostante le false affermazioni di tale psicologa è emerso come tale relazione sia iniziata nel 2004 all’interno della Casa di Reclusione di Padova. Nonostante i miei ripetuti contatti non sono finora riuscito ad ottenere una rettifica, o completa versione, degli articoli pubblicati in data 27/07/2011 e 03/05/2012, da parte del Mattino di Padova e del Gazzettino. E’ pensabile che, nonostante io possegga delle lettere dove emerge che molte persone sapevano, che tale psicologa a suo tempo era stata informata di perquisizioni e telefono sottocontrollo, sia sempre difficile far emergere verità che accadono all’interno di un carcere e ciò nonostante muoiano decine di persone/detenuti all’anno. E’ indubbiamente preferibile tutelare l’immagine di un’istituzione sacrificando un soggetto allontanato dalla società. Mi permetto ora di riassumervi la vicenda del mio percorso carcerario. Orfano da giovane, a differenza di mio fratello, non ho saputo reagire alla vita lasciandomi trascinare per inerzia alla deriva. Nel 1997 quando ho deciso di reagire l’ho fatto appoggiandomi ad una donna molto più grande di me. Per otto mesi un’amicizia su cui contare, poi una relazione finita tragicamente. Dopo il mio ingresso nel carcere di Montorio veronese scopro di essere diventato sieropositivo (entrambi avevamo fatto gli esami ma per lei mi ero fidato sulla parola). Da qui l’iter processuale nel quale dopo vari tentativi viene accettata una perizia psichiatrica in merito ad una seminfermità arrivando ad una condanna di 12 anni, 9 giorni e tre anni di O.P.G.a fine pena se non ci fosse stato un percorso carcerario positivo. Oggi, dopo che tale perizia è stata completamente smentita mi rendo conto che era meglio prendere 20 anni e salvare un percorso detentivo di 8 anni. Nel 2002 vengo trasferito alla Reclusione di Padova e qui subito riscontrano il mio grave stato di salute poiché se non inizio una cura mi rimane poco più di un anno di vita. Si attiva immediatamente un’equipe composta da educatrice, psicologa, medico e ovviamente psichiatra e inizia un percorso difficile ma che alla fine da dei buoni risultati. Nel 2004 inizio una relazione con tale psicologa e poco dopo arrivano anche i permessi premio e tutto sembra andare per il meglio. I problemi iniziano quando si programma il mio percorso futuro poiché io desidero conseguire almeno il terzo anno di scuola superiore prima di uscire e per questo rifiuto anche l’offerta di un’art. 21 per uscire a lavorare considerandolo poco costruttivo. Lei invece vuole che esca subito appoggiandomi al le associazioni di volontariato (quelle dove è uscito anche Marino Occhipinti della Uno bianca), il modo più facile per uscire ma anche il più ipocrita. Iniziano le discussioni, presento tre domande di trasferimento (nessuno mi aiuta) ed arrivo ad una denuncia penale. Lei viene sospesa per un mese mentre io vengo nuovamente trasferito a Verona, un carcere definito da più persone un “lager”. Da qui non ho più contatti e ho bisogno di aiuto per uscire prima che cadano quei tre anni di O.P.G. e perciò riprendo i contatti con lei che viene a colloquio tutte le settimane come terza persona. Una volta uscito (non ricordo neanche la data da tanto che mi sentivo sconfitto, e questo dopo 8 anni è incredibile!!!) decidiamo di provare a viver e la nostra relazione senza i vincoli del carcere. Per 3 anni e mezzo lavoro e studio con dei ritmi troppo stressanti ed alla fine molo il lavoro tenendo più alla scuola per rivalsa. Premetto che a Padova dovetti lasciare cadere in prescrizione la denuncia per la mia posizione come riconosciuto dal P.M. che mi chiamò tre volte altrimenti rischiavo l’O.P.G.. Una volta perso il lavoro è stata la mia rovina. Da qui le accuse reciproche, le colpe e lei che fa leva continuamente su quella perizia. Sottolineo che tale psicologa era stata sposata con un suo paziente che aveva problemi di tossicodipendenza, da cui ha avuto un figlio; che per due anni ha avuto la casa controllata dai carabinieri poiché la compagna di un detenuto l’aveva accusata di essersi accanita sul suo compagno.
      Nulla di tutto ciò riesce ad emergere e i media pubblicano articoli su rieducazione e quant’altro mentre persone giudicano il suo comportamento come una caduta di stile. Evidentemente la morte sociale non è un reato mentre nelle carceri troppo spesso si cerca di sopravvivere. Io non sono nulla e sicuramente la pagherò; sinceramente non me ne interessa poiché ho perso tutto quello che avevo con difficoltà costruito, ma penso che raccontare alle persone una certa verità non sia onesto. Ora a distanza di un anno, in cui non ho mai né avuto, né cercato contatti con tale persona mi trovo anche una sua chiamata sul cellulare. Però va bene così, un’altra caduta di stile!!! Per quanto mi riguarda quel fatto maledetto mi ha fatto capire il vuoto che c’è dopo e la stupidità di un tale gesto. Certamente un accanimento da parte dell’unica persona di cui mi fidavo all’interno di un carcere è stato la mia rovina. E pensare che fa valutazioni sul rischio suicidario. Aggiungo che il giorno del mio arresto, dopo aver ricevuto una telefonata dal comandante dei carabinieri mi recai in caserma con la borsa sapendo il rischio di essere arrestato ma anche con la volontà di difendermi da tali accuse.

    • GIUSY LIUZZI scrive:

      grazie,grazie per aver raccontato la realta’…AMNISTIA PER LA REPUBBLICAAAAAAAAAAAAAAA

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